QUANTI CAZZO DI SOLDI HO?

È strano pensare a quante cose si possano comprare già fatte. Belle e buone. Pronte all’uso. La casa già arredata, la macchina super-accessoriata. La prostituta di turno già slabbrata, in modo tale da non doversi impegnare più di tanto nell’amplesso. E poi i maglioni già cuciti, i computer già assemblati e i ritratti di famiglia già stampati e appesi al muro.
Eppure, tra le tante cose che potrei comprare, la sigaretta è l’unica cosa che odio avere già pronta per l’utilizzo. Mi piace metterla insieme e farmela da me. Con la giusta dose, la giusta forma, la giusta compattezza.
Compro il tabacco. Compro i filtrini. Compro le cartine. Torno a casa, me ne preparo un paio e me le fumo.
Tra tante puttanate che ci inculcano nel cervello ogni giorno su dove dobbiamo andare e cosa dobbiamo comprare, potersi rollare una sigaretta in santa pace penso che sia l’unica libertà che un consumatore medio possa avere. Sempre se fuma tabacco eh. Che sennò, altrimenti, nemmeno quella.
Sono già andato e sono tornato dal mio tabacchino di fiducia. Ho comprato il tabacco e tutto quanto. Il tizio dietro al bancone non mi ha fatto nemmeno pagare. Avevo solo pezzi da cinquecento euro in tasca e lui stava per chiudere e aveva tolto l’incasso della giornata e, molto probabilmente, non aveva tanta voglia di riaprire tutto. E forse non aveva nemmeno bisogno di quei cinque/sei euro in più. Fatto sta che mi ha detto “per questa volta offre la casa”. E così mi ritrovo con quello di cui aveva bisogno in mano e qualche soldo in più in tasca. Ma quanti cazzo di soldi ho? Avrei potuto comprarmelo quel buco di tabacchino e sarei comunque ancora pieno come un uovo.
Rientro in casa dopo aver parcheggiato la mia macchina sul vialetto. Alla cazzo di cane.
Ho bevuto un sacco durante il tragitto di ritorno. Quel bar tra il tabacchino e casa mia è micidiale. Mi frega sempre. Anche lì non ho cacciato una lira, e nemmeno un euro. Ho incontrato degli amici. Abbiamo fatto che pagavamo un giro a testa, ma quando è arrivato il mio turno si era già fatto tardi e sono dovuti tutti scappare dalle mogli. Così mi sono ritrovato con pezzo di fegato in meno e un giro di whisky in più ancora nel portafogli. Ma quanti cazzo di soldi ho?
Rientro a casa barcollando. C’è silenzio. Non che io riesca a percepirlo. Sono così fuori che anche il mio stesso respiro mi si distorce nelle orecchie e diventa una specie di stridio simile alle urla di angeli schiantati al suolo degli inferi. E ogni passo sono scosse di terremoto che fanno vibrare fin troppo lo scheletro di questa carcassa che mi ritrovo come corpo.
Salgo al primo piano. Sto per mettermi a letto quando mi ricordo che prima del bar e prima ancora del tabacchino ero passato a caricare due lavoratrici della notte sulla tangenziale e me le ero portate a casa. Dovrebbero essere ancora nel mio letto o in quello della camera degli ospiti. Le ho pagate in anticipo, e il doppio per giunta, proprio per farle venire insieme. Se non mi hanno svaligiato casa e non sono scappate dovrebbero essere da qualche parte in una delle camere. Ma quanti letti ho? Ma quanti soldi ho?
Sento parlottare in una lingua strana che si distorce anch’essa nelle mie orecchie. Viene da una delle stanze in fondo. Nonostante il mio stato di ebrezza non propriamente al top riesco a capire che l’idioma è diverso dal mio. Sono quelle due. Cavolo, penso, anche se la lingua non è la stessa il suono dei pettegolezzi invece è sempre lo stesso. Decido allora di andare nel mio ufficio a fumarmi questa benedetta siga.
Fortunatamente lo ritrovo al primo tentativo.
Dentro è tutto addobbato. Pieno di scaffali di legno scuro e libri di una carta giallastra e polverosa. Quanti cazzo di libri sono? Quanti cazzo di soldi devo avere per aver potuto comprare tutti questi mattoni ricchi di inchiostro degli anni settanta e forse anche prima?
La mia scrivania è al centro della stanza. Piena di altri libri e cartacce che non mi deciderò mai a buttare. C’è un computer che sarebbe ora che ricomprassi, visto tutti questi cazzo di soldi che ho. E poi ci sono timbri, penne e poi oggetti pesantissimi che tengono fermo un tutto l’ambaradan.
Poggi o il tabacco appena comprato sulla scrivania. E mi guardo sullo specchio appeso alla mia destra. Ci sono io strafatto che guardo negli occhi un altro tizio strafatto all’interno del riquadro. Sono sempre io.
Mi trovo più bello del solito. Mi sorrido. Me ne compiaccio.
Con una mano tolgo la poca polvere che si è formata sullo bordo superiore dello specchio. Non credo di essere in grado di controllare la mia forza, o semplicemente il chiodo a cui è appeso lo specchio non vale a un cazzo perché appena lo tocco per strisciare via gli acari questo cade a terra e va in mille pezzi.
Resto immobile a guardare la moquette sotto i miei piedi. Davanti a loro, per terra, pezzi di vetri che non potranno mai più essere messi assieme. Li guardo e cerco di pensare a qualcosa di intelligente da fare. Nonostante questo sono loro che riflettono. Riflettono me.
Ci sono io destrutturato sul pavimento.
Mi sdraio per terra assieme a quello che era il mio specchio. In qualche modo sono a pezzi anch’io.
Ho preso intanto il tabacco da sopra la scrivania e tolgo i sigilli al pacchettino nuovo di zecca. Mi guardo intorno alla ricerca delle cartine, ma di certo non possono essere lì per terra o sotto alla scrivania. Non ci sono, no.
Controllo le tasche dei pantaloni, le tasche della giacca, le tasche del mio cervello bacato che mi ricorda di aver lasciato sul bancone del tabaccaio quello che adesso cerco con tanta impazienza. E vaffanculo.
L’unico pensiero che mi sfiora la mente è che se avessi comprato un pacchetto di sigarette adesso già starei ad alleviare la mia assuefazione, e invece me ne sto sdraiato a pancia in giù, ai piedi della mia scrivania, circondato dai pezzi di un vecchio specchio rotto e con davanti a me la busta del tabacco aperta che emana un profumo così si dolce che mi inebria le narici e mi rende ancora più difficile smaltire la sbornia.
Mi giro sulla schiena e guardo il soffitto del mio studio. Soffitto a cassettoni stile Barocco. L’ho fatto fare a posta per me quando ho messo su questa baracca. Dentro ogni cassettone sulla mia testa c’è una riproduzione fedele di tutte le opere d’arte più famose: Guernica, La gioconda, I girasoli. L’ho voluto a tutti i costi, ma solo adesso realizzo che per poterlo ammirare per bene ci si deve sdraiare a pancia in giù.
Mi è costato un patrimonio. Ma quanti cazzo di soldi ho?
Poi penso che forse ne ho proprio un bel po’ e che ne porto dietro anche parecchi. Prendo il portamonete dalla tasca dietro dei pantalone e mi rimetto di nuovo a pancia in sotto. Col la busta di tabacco sotto al naso. Dal portamonete tiro via una delle tante banconote da cinquecento carte. La stendo sul pavimento e inizio a metterci sopra alcuni ciuffetti di catrame misto a nicotina presenti nella bustina. Ne metto un bel po’, oltre una doppia dose, in in fondo in fondo ‘sti cazzi. La voglia è tanta e ho anche la scusa della sbornia come attenuante.
Arrotolo la viola su se stessa e uso davvero un sacco di saliva per far si che la chiusura della sigaretta tenga. Di che materiale so fatti questi soldi? Non valgono un cazzo.
A posto del filtro ho strappato una vecchia tessera di un’associazione alla quale non faccio più parte. Un po’ come quando facevo il liceo e usavamo i biglietti dell’autobus.
È pronta. L’accendo.
Una nuvola tra il viola e il blu prende possesso di tutta la stanza e poi dei miei polmoni. Io respiro e poi caccio fuori tutto, come fossi un vecchio drago giapponese.
La sigaretta “prende fuoco e perde forma” e questo mi fa ripensare a una vecchia poesia letta tanti anni fa in cui si parlava del tramonto. Adesso no. È già notte fonda intorno a me. Una notte piena di nebbia.
Sarebbe troppo banale dire che questa sera ho mandato in fumo un sacco di soldi, solo che è così. Ma il piacere non ha prezzo e tutto ciò abbiamo, prima o poi, brucerà comunque.

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