UNA NATURA DA VIVERE

Non avrei mai pensato che in montagna potesse fare così caldo, perlomeno in estate.
Invece sì, dai bassi promontori, dalla collina e dalla pianura, la percezione della natura è molto diversa da quella che realmente è. Anche la terra stessa. Ogni cosa è meno dura e stabile di quanto sembra. E tutto può sgretolarsi da un momento all’altro.
Queste montagne e questi boschi sono la mia casa da circa un mese, da quando il mio tutto si è sgretolato in lenti attimi. La morte di mia madre ha creato in me grosse crepe, come quelle dei calanchi del teramano che da qui riesco a vedere.
Lei e mio padre, l’una dopo l’altro, si sono inseguiti nella morte come nella vita, come quando mi raccontavano delle corse che da adolescenti facevano tra i loro terreni confinanti. Fino a prendersi e a unirsi per sempre in quello che non hanno mai chiamato col nome di amore, ma che comunque è stato l’unico sentimento ad averli uniti.
Anni dopo aver unito i loro nomi, unirono anche i rispettivi terreni, che poi erano quello dei miei nonni. Formarono un grande appezzamento che oggi è gestito da terzi. Credo che, semmai fosse vera la dicitura dell’anima divisa in due corpi, bé, allora i miei ne sarebbero stati la prova vivente. Sempre insieme, dall’inizio alla fine. Sì, forse un po’ spinti anche dai miei nonni, il cui unico obbiettivo era quello di riunire i confini, ma nei piccoli paesi funzionava così, in altri funziona ancora.
E così ho detto ai miei fratelli che sarei tornato al mio lavoro a Roma da impiegato e ho diffuso la stessa voce in paese, in verità l’ho detto in confidenza solo a Giuseppe, il macellaio, ma è bastato affinché l’Abruzzo intero sapesse della mia repentina partenza. Ho chiamato l’ufficio e mi sono messo in aspettativa per un anno. Ho confuso un po’ le tracce per poter stare da solo; il mio cellulare tra qualche mese sfocerà assieme al fiume nell’Adriatico.
Sono salito su questo immenso pezzo di roccia per elaborare il lutto, qualcosa si è rotto in me. La mia famiglia non c’è più ed io non avendo né moglie e né figli ho pensato che il modo migliore per riavvicinarmi a ciò che è la vita e a ciò che è stata la vita dei miei genitori. Voglio osservare da lontano e riassaporare quello che una città inevitabilmente ti nega.
Di giorno c’è poco da fare, per questo giro in questi boschi alla ricerca di non so nemmeno io cosa; fortunatamente la passione per i funghi di mio padre e la bravura nello scovarli che ho ereditato mi permettono di tenermi impegnato durante la giornata e di mantenermi in vita, ed è questo quello che principalmente faccio, cerco cibo: funghi, bacche, pinoli e cose del genere. Ogni tanto sembrano che siano loro a trovare me, cose se qualcuno li mettesse di proposito per farmeli trovare. Come fa una mamma. Forse è per questo che la natura è chiamata Madre Natura.
La notte, invece, è quella che mi crea più problema. Stenta ad arrivare e passa con fatica. Oltre alla paura di ricevere la visita di qualche orso, è la solitudine il sentimento che si fa più sentire: mia madre, mio padre. La cosa più curiosa è che mi sentirei nello stesso modo anche se mi trovassi a Roma o semplicemente nel mio paese, che tra le altre cose si trova ai piedi di questa montagna.
Ho notato che dal punto in cui ho poggiato il primo giorno il sacco a pelo, trovato per caso nella vecchia casa dei miei, mi sono allontanato di pochissimo. La montagna è gigante e mi fa sentire così piccolo. E così solo.
L’altro giorno allora sono salito più in alto rispetto alla mia postazione, la montagna prende delle forme strane in altitudine, ho trovato una particolarissima sporgenza rocciosa, piana, a forma di semicerchio. Da lì si vede tutta la bellezza dell’Abruzzo. È proprio vero che qui abbiamo tutto: la grandezza ammaliante dei monti e l’infinito in cui ti trascina il nostro mare.
C’è stato un momento in cui mi sono sentito un po’ meno solo, guardando verso le altre montagne. Ho visto la sagoma enorme del gigante che si riposa, il Gran Sasso, allora mi sono sdraiato, ho allungato le gambe e mi sono messo le mani sulla pancia come lui. Mi sono messo a fargli compagnia, sdraiato a terra a godermi il panorama.
A chilometri di distanza, che da sopra sembrano centimetri, l’Adriatico invece è solo una pennellata secca di blu intenso.
Restando così fermo mi sembrava di essere una cosa sola con la montagna. Ho iniziato a sentirmi meglio, più grande. Ho osservato i paesini da qui, sono macchie di mattoncini e mentre calava la notte e la montagna si spegneva, ho notato file incoerenti di luci che disegnavano le strade e le casette sottostanti e lontane. Come un pianista che suona sul mondo, con le dita ho coperto i cumuli di lampadine che risaltavano i paeselli più raggruppati. Sembrano barattoli trasparenti pieni di lucciole e creando un impercettibile gioco di luci che solo la mia fantasia poteva vedere. Poi alcune case hanno iniziato a spegnersi per davvero ed io con loro.
Mi sono con un leggero suono di campane, il vento le portava fino lassù. Doveva essere domenica. Ho aguzzato lo sguardo dalla sporgenza a forma di semicerchio e da uno dei paesi più visibili sono riuscito a vedere un movimento lento e lineare come la voce che fa da spalla al suono delle campane. Una grande croce, quella l’ho vista bene, guidava quella giostra. Era una processione di qualche Santo patrono. Tutto ciò mi ha fatto pensare a quanto tempo non andavo a messa. Esclusi i funerali dei miei genitori, saranno stati anni. Da sopra la montagna dovevo essere più vicino a Lui, in teoria. Avrei dovuto almeno provarci a starci. Il coro intonava un “Ave Maria”. Ci ho provato anch’io e sono inorridito. La mia voce. Non mi ascoltavo da più di un mese ormai, non parlavo da più di un mese. Forse quel suono stridulo è stato il segnale per mio ritorno.
Continuavo ad osservare il paese della processione mentre con le mani mi accarezzavo la barba ormai folta. Era solato rispetto agli altri paesi della zona. Doveva trovarsi a decine di chilometri. Si univa con gli altri posti attraverso le varie sfumature di verde dei campi di grano ormai mietuti, sembravano le enormi toppe della giacca di un barbone, cucite una affianco all’altra, diverse, ma che reggevano e collegavano. E se può una toppa reggere e collegare un paese a un altro, allora posso anch’io andare avanti, sopportare e mantenermi in contatto con la civiltà e smettere di osservarla soltanto questa natura, ma viverla.

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