LA LETTERA

“Cara Signorina D’este,
ti scrivo dal luogo in cui è cominciato tutto, qui, tra la polvere, dove insieme abbiamo sporcato i nostri corpi per rendere pure le nostre anime. Qui ho trovato una penna e un foglio di carta, sembrava che mi stessero aspettando. 
Li ho trovati per terra, sul pavimento dove per mille e mille volte il tuo corpo si è sdraiato riscaldandolo, e riscaldandosi. Mi sdraio anch’io, per scriverti, ma adesso è freddo e a stento riesco ad accorgermene perché, oggi, sono freddo anch’io. 
Signorina D’este, ti chiamo così ora come quando ancora non ci conoscevamo, dopo che per troppe volte ho gridato e pianto il tuo nome, Giulia, tra gli incubi e i piaceri e la serenità e la malinconia; inciso a fuoco sulla pelle di un corpo sanguinante, ma privo di ferite; cucito su di una bocca per esserne il sigillo. Un nome che merita solo di essere letto e non pronunciato.
Oggi ti chiamo così per l’ultima volta, perché la prossima dovrà essere “Amore” oppure vorrà dire che non ci sarà un’altra volta in cui ti chiamerò.
Ho fatto come hai detto tu, mi sono messo al primo posto. Sono stato il sole, Dio e il traguardo. Ho lottato per la mia felicità. Ma è stato inutile, non c’è un sole senza il pianeta da far splendere o un Dio senza il popolo che lo ami e nemmeno un traguardo senza il premio finale. E poi, tu sei molto di più: sei l’intera corsa e non il premio, la luce tra il pianeta e il sole, sei l’amore, ma non quello che si dona o si riceve, tu sei l’amore che deve essere vissuto.
Torna da me, ora che sei il vuoto e allo stesso tempo il pezzo mancante del cuore, e riempiamo insieme gli spazi bianchi di questo foglio prima che il bianco di questo vuoto ci riempi.”

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