Io che

Io che,
la faccia di rame e bronzo,
capelli come gli occhi:
argenti ardenti,
come lame penetranti,
ma coperti anche di notte
da lastre scure
per evitare gli sguardi.
Io che,
non ricordo più
che rumore fa l’amore,
I love you,
e, come un traduttore,
traduco bene in male
e gioia con dolore.
Io che,
sono sempre l’unico
che sente le punte del cerchio,
e, come un Dionisiaco al rovescio,
rifiuto quello che cerco.
Io che,
attratto dal cielo,
scivolo nel vuoto
e l’unico suono che sento
è quello del lampo prima del tuono.
Io che,
che come voi vivo in questo mondo
fatto di donne di plastica,
tra gli uomini non c’è un migliore,
il meno peggio venera la svastica.
Io che,
sottovaluto e
tra bene e male
scelgo male
perché è quello che più rimane.
Io che,
che quando l’amarezza e la perfidia mi pervadono,
penso a me,
penso a voi penso a te che leggi e non capisci un cavolo,
poi guardo il mio pizzetto e dico:
“Siamo in due a portarlo, io e il Diavolo”.
Io che,
sono talmente fatto male,
che se ci fosse uno peggio di me,
non sarebbe che migliore.
Io che,
che scrivo versi e strofe, sperse e sparse,
rimangono incompiute,
e le metto insieme perché non so più che farne.

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